Ci sono dei lati positivi nell’assalto a Capitol Hill?

Tutti abbiamo assistito con un misto di orrore e incredulità all’assalto alla culla della democrazia americana ad opera di un’orda più che mai eterogenea di manifestanti, accomunati dalla paradossale volontà di difendere la democrazia stessa con la forza, minacciata dal broglio elettorale. E tutti abbiamo sentito Donald Trump incoraggiare i suoi sostenitori a marciare in direzione di Capitol Hill e successivamente ringraziarli bonariamente del loro sostegno, invitandoli timidamente a tornare a casa “in pace”. Siamo ormai più che consapevoli dell’inequivocabile responsabilità di Trump, dell’eccezionalità e gravità di ciò che è accaduto e di come abbia scosso profondamente le fondamenta della democrazia e, di conseguenza, del Paese intero. Ne abbiamo analizzato ogni dettaglio e personaggio, e la domanda che rimane è questa: ci sono dei lati positivi nel semigolpe che ha colpito Capitol Hill? La risposta è sì.

La buona notizia, in primis, è che il processo costituzionale, seppur temporaneamente ostacolato e rallentato, non ha arrestato la sua corsa. Rientrato l’allarme e ripristinato l’ordine, il Congresso ha ritenuto impellente e improrogabile il bisogno di terminare il processo di ratifica del presidente eletto Joe Biden, la cui vittoria è stata formalizzata dal vicepresidente Mike Pence alle 3:32 di mattina, concludendo così ufficialmente l’ultimo passaggio formale della transizione. Nulla ha potuto la dimostrazione di forza e di violenza degli estremisti che hanno assaltato il Campidoglio nel barbaro tentativo di impedire l’ufficializzazione del risultato delle elezioni: il 20 gennaio, che Trump e i suoi fan vogliano o no, Joe Biden presterà giuramento come nuovo presidente degli Stati Uniti d’America.

La democrazia ha resistito. E non perché sia invincibile o sia imprescindibile la sua presenza – nulla come l’insurrezione della scorsa settimana ci ha dimostrato quanto essa sia fragile, persino la più grande e antica al mondo -. Perché la democrazia, come tutte le forme di governo, necessita di qualcuno che ne perpetui le forme e i linguaggi e, soprattutto, che ne preservi e ne protegga il valore e i principi. La democrazia ha resistito perché le sue istituzioni e i suoi sostenitori hanno saputo rispondere con prontezza, intervenendo fisicamente in sua difesa (ormai la Guardia Nazionale presidia il Campidoglio giorno e notte) e condannando in maniera massiccia l’attacco nei suoi confronti.

Inutile dire che i democratici hanno condannato duramente e in maniera unanime l’accaduto, evidenziando fin da subito la grave responsabilità di Donald Trump e richiedendone l’immediata rimozione. Ma un grido di totale rifiuto si è levato anche dai banchi repubblicani, e persino i fedelissimi (non tutti, purtroppo), che fino al giorno prima avevano avallato la retorica violenta e antidemocratica del presidente uscente, si sono dissociati con forza. Ted Cruz, probabilmente il fan numero uno di Trump tra i parlamentari, ha descritto gli assalitori come “terroristi“, ma è lunghissima la lista di figure di spicco del mondo repubblicano che hanno condannato in maniera assoluta la violenza e il comportamento riprorevole del presidente. E non hanno tardato a sollevarsi voci di dissenso dall’interno della stessa amministrazione e le conseguenti dimissioni a raffica di molti collaboratori, da quelli con incarichi di minore rilevanza a Elaine Chao e Betsy DeVos, rispettivamente segretarie del Lavoro e dell’Istruzione.

Parole durissime sono arrivate anche da giornali ed emittenti televisive normalmente piuttosto benevole nei confronti di Trump, come il Wall Street Journal e Fox News. E pressoché tutti i social network più popolari, da Twitter a Facebook a Youtube, non hanno esitato a rimuovere i suoi ultimi post (e successivamente bannare definitivamente i suoi profili), giudicando i suoi contenuti non solo fuorvianti, ma concretamente pericolosi. La condanna, poi, come ci si poteva aspettare, è stata unanime anche a livello internazionale, coinvolgendo persino gli esponenti della destra più estrema, da Marine LePen a Matteo Salvini: la violenza, a priori inammissibile, non è in alcun modo giustificabile quando perpetuata per sovvertire l’ordine democratico.

Inoltre, c’è margine per una visione ancor più ottimistica della situazione, sebbene una premessa sia doverosa: è indubbio che molti repubblicani abbiano preso le distanze dal presidente e dai suoi seguaci per pura convenienza e apparenza, abbandonando solo all’ultimo la barca in procinto di affondare (e questo lo dimostra il fatto che, durante la successiva ratifica, siano stati comunque molti i deputati a votare a favore della mozione per contestare il voto in Pennsylvania); e che altri lo abbiano fatto per pulirsi la coscienza, dopo anni di connivenza e laissez-faire dettate dal mero opportunismo e dalla paura di perdere quella base elettorale sempre più trumpiana.

Ma è anche verosimile che molti di loro, come anche molti dei suoi elettori più moderati, i più rispettosi dello slogan repubblicano “law and order” (che comunque ne appoggiavano le rivendicazioni elettorali), siano rimasti impressionati dall’assalto del 6 gennaio e che questo abbia finalmente aperto loro gli occhi sui reali rischi del trumpismo. Per coloro che lo hanno sempre preso poco seriamente, sottovalutandone le potenzialità e minimizzandone le uscite più estreme, potrebbe essere caduta la maschera. Maschera che poi non c’è mai stata, perché Donald Trump, come scrive Ezra Klein sul New York Times, è un lupo travestito da lupo: ha sempre fatto, quando ha potuto, quello che aveva annunciato.

Ora i repubblicani hanno l’occasione di riscattare un minimo di onore e dignità votando a favore dell’impeachment che, già approvato dalla Camera, necessita della maggioranza di due terzi al Senato, cosa impensabile fino a una settimana fa. Ma sono molti i senatori che stanno prendendo in considerazione di appoggiare la rimozione del presidente (e sono sempre di più quelli che dicono di aver paura di votare a favore perché intimoriti dalle numerose minacce di morte ricevute). Su questo fronte è significativo il fatto che le figure più potenti del partito, tra cui Mitch McConnell, il capo dei repubblicani al Senato, sembrano accogliere di buon grado la messa in stato d’accusa che, nella peggiore delle ipotesi (per Trump), prevederebbe l’interdizione dagli uffici pubblici.

Ma insomma, impeachment o meno, la speranza è che l’immagine di Trump ne esca irrimediabilmente danneggiata e delegittimata agli occhi dei più, il suo lascito legato in maniera indissolubile a questo ultimo gesto ignobile, le sue chances di perpetuare con successo la sua narrativa alternativa in vista di una ricandidatura nel 2024 se non azzerate, quasi. E che i repubblicani si avviino una volta per tutte verso una massiccia detrumpizzazione del partito.

Dopo la radicalizzazione degli ultimi mesi e il suo exploit, Trump può contare solo su pochi fedelissimi e sulle frange più estremiste del nazionalismo bianco, anche quelle in bilico, dal momento che il “discorso del giorno dopo” del presidente, seppur letto con l’amaro in bocca, ha fatto infuriare i suoi più fervidi sostenitori, che lo hanno accusato di tradimento. Questo, però, sebbene possa indebolire Trump, non toglie forza ai più fanatici, sicuramente galvanizzati dalla loro scorribanda all’interno del Campidoglio.

Ma un’ultima riflessione può essere letta in chiave positiva: secondo Francesco Costa, vicedirettore de Il post e un’enorme esperienza in materia Usa, l’insurrezione del 6 gennaio non solo era prevedibile nel breve termine, dal momento che erano settimane che montava l’attesa per la manifestazione e con essa i timori di una degenerazione, ma è «tristemente coerente con quello che è accaduto negli Stati Uniti negli ultimi vent’anni»: è il culmine, il punto finale di un lungo processo di radicalizzazione e di uno sfruttamento sistematico della stessa da parte di una serie di politici, convinti che non si passasse mai dalle parole ai fatti.

Da questo punto così basso e buio della storia democratica americana, questo è l’auspicio, si può solo risalire.


Questo articolo fa parte del progetto Le mille storie di Capitol Hill realizzato con i miei colleghi della Scuola di giornalismo Walter Tobagi. Per leggere le altre riflessioni sui fatti di Capitol Hill, clicca qui!

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