A cosa è servito lo scontro con Renzi?

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 17-09-2019 Roma Politica Trasmissione tv “Porta a Porta” Nella foto Matteo Renzi

Si dice che non tutti i mali vengano per nuocere. Certo, può risultare complicato, come in occasione dell’assalto a Capitol Hill, individuare degli elementi positivi in una situazione che, a primo acchito, sembra portare solo guai. La crisi di governo scatenata da Matteo Renzi, d’altronde, era sicuramente evitabile, soprattutto in un momento critico e incerto come questo, e le sue motivazioni risultano incomprensibili ai più (secondo un sondaggio di Euromedia Research, più di due terzi degli italiani si dicono arrabbiati, sconcertati o preoccupati riguardo l’attuale scenario politico e non vogliono in alcun modo nuove elezioni).

Ma per quanto l’attegiamento ostinato e spregiudicato di Renzi sia da condannare, una buona parte delle contestazioni da lui avanzate nei confronti del Governo e del suo operato, seppur palesemente pretestuose e messe al servizio di interessi personali e strategie politiche, avevano senza dubbio ragione di esistere. Dal mancato utilizzo del Mes alla perplessità riguardo il ruolo di tuttofare del commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 Domenico Arcuri. Dall’urgenza di riaprire le scuole alla preoccupazione per la campagna vaccinale, le cui modalità sono ancora piuttosto nebulose. Fino alla cruciale (almeno per Renzi) delega ai servizi segreti e, soprattutto, ai numerosi appunti mossi contro il Piano nazionale di ripresa e resilienza (cioè il piano per gestire i 209 miliardi del cosiddetto Recovery Fund), giudicato, tra le altre cose, «raffazzonato» e «senz’anima».

Inoltre, le questioni sollevate dal leader di Italia Viva riflettevano le perplessità di parte della maggioranza (soprattutto il PD) che, però, ha preferito non alzare più di troppo la voce, lasciando lo scomodo compito a qualcun altro. In particolare, era un pensiero più che condiviso quello dell’inadeguatezza della bozza del PNRR, sia dal punto di vista dei contenuti che da quello della gestione dei fondi, inizialmente affidata a una “cabina di regia” da subito fortemente osteggiata. Matteo Renzi, insomma, si è fatto portavoce involontario delle istanze di molti presentando, dopo giorni di aperta critica al Piano, una proposta formale alternativa: 61 punti racchiusi sotto l’acronimo C.I.A.O (Cultura, Infrastruttura, Ambiente e Opportunità) che contraddicono il Piano originale soprattutto in merito agli investimenti previsti per la sanità e le infrastrutture, insufficienti i primi e troppo cauti e privi di visione i secondi.

Il punto, in ogni caso, è un altro: che sia stato merito delle pressioni di Renzi e della minaccia incombente della crisi di governo, o che sia stata proprio la condivisione diffusa (e peraltro comprensibile) delle sue critiche, il Governo, a fine dicembre, ha proceduto a una rielaborazione del Piano, accogliendo parzialmente le richieste avanzategli e dimostrando, per una volta, la capacità di saper sfruttare in modo costruttivo il confronto con le altre forze politiche di maggioranza. La nuova bozza, riscritta a partire dal 30 dicembre sotto la guida del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri (fino a quel momento incredibilmente escluso dalla sua stesura), indubbiamente più coesa ed quilibrata della precedente, è stata approvata il 12 gennaio dal Consiglio dei Ministri.

Secondo il Corriere della Sera, per venire incontro alle numerose richieste di modifica e integrare quindi progetti nelle sei aree tematiche già stabilite (Rivoluzione verde e transizione ecologica, Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura, Infrastrutture, Istruzione e ricerca, Inclusione e coesione, Sanità), ai 210 miliardi di euro previsti il Governo vorrebbe aggiungere anche 13 miliardi del React Eu per l’emergenza Covid-19, 7 miliardi di fondi strutturali europei e 80 miliardi di risorse programmate per il 2021-2026, arrivando a un totale di 310 miliardi di euro. Inoltre, l’incremento della quota di investimenti arriverebbe ora al 70% del Recovery fund, con la riduzione della quota di incentivi al 21%, che farebbe aumentare l’impatto positivo sul Pil reale. È stata modificata anche la ripartizione tra prestiti “sostitutivi” (da 87 a 75 miliardi) e “additivi” (da 40 a 52), ossia gli investimenti previsti per progetti già esistenti e quelli per progetti nuovi, punto su cui Renzi aveva particolarmente insistito.

Le voci di spesa che vedranno gli aumenti più significativi, resi possibili oltre che dai maggiori fondi, dal taglio di diversi microbonus e da alcune sovrapposizioni, sono la sanità, le politiche attive del lavoro, istruzione e ricerca, infrastrutture sociali, alta velocità e giustizia. Gli interventi per la sanità crescono da 9 a 19,7 miliardi, risorse aggiuntive che saranno concentrate su pochi grandi progetti: 7,5 miliardi per rafforzare medicina territoriale e la telemedicina, 10,5 per il digitale. Alle politiche attive per il lavoro andranno ben 12,6 miliardi, quasi dieci in più rispetto alle ultime ipotesi, mentre saranno quasi raddoppiate le risorse per gli interventi sociali, arrivando a 10.8 miliardi: un miliardo in più per la Rigenerazione urbana e l’Housing sociale e tre in più per i Servizi socio-assistenziali e la marginalità. Per istruzione e ricerca saranno stanziati 28,5 miliardi (circa 9 in più di prima) di cui 7 per la didattica e il diritto allo studio e quasi 3,5 miliardi per la ricerca. Ci sono poi 5 miliardi in più per Turismo e cultura (si sale da 3,1 a 8 miliardi), di cui 3, come chiesto da Renzi, ai Comuni per i Siti turistici minori e le periferie. E sale di 4,6 miliardi l’Alta velocità per il Sud e la manutenzione stradale 4.0, mentre sono 2.5 i miliardi che saranno dedicati alla modernizzazione della giustizia.

Sebbene ci siano ancora diversi campi fondamentali in cui gli investimenti sono sottodimensionati e non sia ancora stato sciolto il nodo della governance, da questa crisi di governo esce un progetto di recupero per il Paese meglio orientato e più attento alle esigenze reali dei suoi cittadini, soprattutto delle categorie più in difficoltà. Possiamo dire che almeno questo affronto di Renzi, per il momento, è servito a qualcosa.

Questo articolo fa parte di un progetto realizzato con i miei colleghi della Scuola di giornalismo Walter Tobagi. Per leggere le altre riflessioni e interpretazioni (insolite e non) sulla crisi di governo, clicca qui, qui e qui!

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