Sei segnali di progresso dall’adozione dell’accordo di Parigi

Sono passati cinque anni dall’accordo di Parigi, scaturito dalla Conferenza di Rio sui cambiamenti climatici (COP21) tenutasi appunto nella capitale francese nell’autunno del 2015. E la strada per arrivare al suo obiettivo – contenere l’aumento della temperatura media globale a 1.5°C -, per quanto ora illuminata dalla consapevolezza che sia necessaria una visione e un’azione comune, è ancora molto lunga.

Il 2020 sarà quasi sicuramente classificato come l’anno più caldo di sempre e, oltre alla pandemia di Covid-19, ci ha riservato una sfilza di disastri naturali, aggiudicandosi anche il primo posto in classifica per i danni economici provocati: dagli incendi in Australia e in California all’anomala stagione degli uragani che ha colpito l’America centrale, dalle alluvioni e tempeste che hanno colpito l’Asia ma anche l’Europa all’invasione delle cavallette nel Corno d’Africa, gli effetti del cambiamento climatico hanno ormai raggiunto in un modo o nell’altro ogni angolo del mondo.

Ma per quanto sembri che sia tutto pressoché uguale se non peggiore, secondo il World Resources Institute dei progressi ci sono stati e testimoniano come il mondo sia pronto per un’azione climatica più ambiziosa:

1. Più di 1000 grandi compagnie si sono impegnate a operare grosse riduzioni delle emissioni

I leader del settore privato stanno progressivamente intuendo quanto la transizione verso un’economia fondata su basse emissioni di anidride carbonica sia non solo essenziale per contentere l’impatto del cambiamento climatico, ma sia anche conveniente per le compagnie stesse.

Nell’ambito dell’iniziativa Science Based Targets, più di 1000 compagnie si sono impegnate a stabilire degli obiettivi di riduzione delle emissioni basati sui dati scientifici, e più di 360 hanno promesso di ridurre a zero le emissioni nette, nell’ottica di limitare il riscaldamento globale a 1.5°. Queste compagnie – di cui fanno parte molti marchi riconosciuti a livello globale, da Chanel a Nestlé – rappresentano da sole più di 3500 miliardi di dollari e hanno un’impatto ambientale annuale (la cosiddetta “carbon footprint“) maggiore delle emissioni annuali di tutta la Francia.

Per quanto gli approcci al taglio delle emissioni siano vari sia nelle modalità che nella quantità, ciò che è significativo è che molte di queste compagnie sono leader nel loro settore e stanno stabilendo nuovi standard su come dovrebbe procedere l’azione climatica di un’azienda. Microsoft, per esempio, ridurrà la sua impronta di carbonio e investirà in soluzioni di eliminazione del carbonio, puntando a diventare un’azienda a impatto zero entro il 2030.

2. Le grandi città stanno migliorando la vita urbana costruendo una resilienza climatica

Più della metà della popolazione mondiale vive in una città, e le Nazioni Unite prevedono che la percentuale raggiungerà i due terzi dell’umanità entro il 2050. Di conseguenza, come le città contrastano il cambiamento climatico incide direttamente sulla vita di miliardi di persone.

Circa 400 città sparse per il mondo si sono impegnate a raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette entro il 2050, e più di 10.500 hanno aderito alla Global Covenant of Mayors for Climate & Energy, un’alleanza tra città di tutti i continenti per un’azione coordinata in ambito climatico ed energetico.

Molte città stanno poi prendendo decisioni individuali nella riduzione delle emissioni e nel miglioramento delle condizioni di vita dei loro residenti, come Medellín, in Colombia, dove l’installazione di una rete di cabinovie che collega i quartieri più poveri al centro della città ha facilitato l’accesso dei residenti al mondo del lavoro, dell’educazione e dei servizi . Altre, invece, sono più concentrate sull’adattamento ai cambiamenti climatici, come la città di Gorakhpur, nel Nord dell’India, dove le istituzioni incoraggiano l’applicazione di una serie di tattiche per affrontare in maniera più efficace i monsoni, sempre più forti e imprevedibili.

Metrocable, la cabinovia di Medellín

3. Gli istituti finanziari hanno realizzato che finanziare i combustili fossili è un cattivo investimento

Per incamminarsi su un percorso più sostenibile, gli istituti finanziari pubblici e privati di tutto il mondo devono non solo investire di più nelle alternative pulite ma anche smettere di investire in tecnologie inquinanti e ormai obsolete. La crisi provocata dal Covid-19 può essere l’occasione ideale per investire in maniera massiccia in progetti a basse emissioni di CO2 e resilienti ai cambiamenti climatici, prendendo spunto da quei Paesi che hanno fronteggiato la crisi economica del 2008 investendo tutto su una svolta ecologica, come la Corea del Sud.

A oggi, l’Unione Europea è la prima della classe quando si parla di investimenti per una ripresa “green”. Circa il 30% dei 750 miliardi di euro del Next Generation EU e del bilancio per il periodo 2021-2027 sarà riservato a investimenti climate-friendly. La Banca europea per gli investimenti (EIB) punta ad allineare la sua strategia all’obiettivo di 1.5°C dell’accordo di Parigi entro la fine del 2020 e intende interrompere il finanziamento di progetti a base di petrolio, gas e carbone entro la fine del 2021.

Inoltre, più di 130 banche private – che rappresentano un terzo del settore bancario mondiale – hanno firmato i Principles for Responsible Banking, sempre con il fine di allineare le pratiche bancarie all’accordo di Parigi.

4. I progressi tecnologici rendono l’energia rinnovabile e altre soluzioni più accessibili

L’energia rinnovabile presenta dei costi sempre più competitivi con quelli del carbone. Tra il 2010 e il 2019, i prezzi dell’energia solare sono calati del 90%. Allo stesso modo, il costo dell’energia eolica è diminuito in modo significativo e, in alcune regioni del mondo, risulta essere un metodo addirittura più economico del gas naturale.

Negli ultimi anni abbiamo assistito anche a progressi tecnologici che rendono sempre più concreta la possibilità di un futuro a zero emissioni di anidride carbonica. La tecnologia dei veicoli elettrici è migliorata così velocemente che sempre più case automobilistiche stanno valutando di interrompere la produzione di motori a combustione interna.

I produttori di ferro e acciaio stanno esplorando l’utilizzo dell’idrogeno come combustile pulito per sostituire il carbonio nei loro processi industriali. Inoltre, sta rapidamento aumentando la consapevolezza riguardo le opportunità di sequestro del carbonio sia naturalmente che in maniera artificiale.

5. I movimenti sociali in espansione riflettono le istanze crescenti della popolazione per un’azione climatica

Nel 2019, Greta Thunberg ha dato il via all’attivismo dei più giovani, che si sono riuniti per settimane ogni venerdì per protestare contro la mancanza di un’azione di contrasto al cambiamento climatico da parte dei leader di tutto il mondo. Nel settembre del 2019 più di 7 milioni di persone in 185 Paesi hanno partecipato al più grande sciopero per il clima della storia.

Ma gli attivisti non sono gli unici che vogliono un’azione climatica. Anche chi non scende in strada dichiara di essere preoccupato: secondo un sondaggio condotto nel settembre del 2019 tra Usa, Canada, Regno Unito, Germania, Brasile, Francia e Italia, il cambiamento climatico è la questione più sentita e più urgente da affrontare, scavalcando terrorismo e immigrazione.

Una delle manifestazioni di Fridays for Future a Roma

6. L’azione dei singoli Paesi sta iniziando ad accelerare

Venticinque Paesi e l’Unione Europea stanno lavorando a un accordo per ridurre a zero le emissioni nette entro il 2050, se non prima. Quest’anno diverse potenze economiche asiatiche si sono già impegnate per raggiungere lo stesso obiettivo, tra cui la Corea del Sud, il Giappone e, entro il 2060, la Cina, che è la più grande produttrice di emissioni di CO2.

In ogni caso, tutti questi obiettivi rimagono puramente ideali se non si iniziano a tramutare in misure reali, partendo dai recovery plan per risollevare l’economia dopo la pandemia e dall’aggiornamento del piano nazionale per il clima che ogni paese che ha sottoscritto l’accordo di Parigi deve redarre.

L’inizio del 2021 ci dovrebbe comunque portare un’ottima notizia: con la nuova presidenza di Joe Biden, gli Stati Uniti dovrebbero rientrare nell’accordo di Parigi, da cui erano ufficialmente usciti a novembre 2020 per decisione di Donald Trump. In più, nel pacchetto di aiuti appena approvato dal Congresso americano è contenuto uno dei provvedimenti sul clima più importanti degli ultimi dieci anni, a detta del New York Magazine. Questo senza contare che Biden ha ribadito più volte che la lotta al cambiamento climatico è una delle sue priorità e ha in mente un piano di azione estremamente ambizioso.

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